Del potentissimo e ricchissimo Khan, oggi relegato ad una sorta di arresti domiciliari dopo avere subito un’inchiesta farsa da Musharraf che doveva salvare la faccia di fronte alle pressioni americane, Langewiesche racconta le gesta lungo più di un capitolo. Una storia allarmante e appassionante quanto un romanzo di John Le Carré. Come in ogni buon libro poliziesco anche qui c’è un implacabile segugio che si è messo sulle tracce del «cattivo» e dei suoi traffici di tecnologia nucleare: Mark Hibbs, «uno dei più grandi reporter in circolazione». Con le sue indagini metodiche ha più di una volta messo a nudo «segreti» che tali erano solo per i suoi lettori, ma non certo per la Cia e per altri servizi occidentali. Fino all’autunno del 2002, però, ossia prima di «trascinare il paese in una guerra catastrofica», Washington aveva sempre chiuso un occhio sugli intrighi nucleari pakistani.
Certo, possiamo consolarci pensando che finora nessuno è mai ricorso alle armi atomiche, rimaste uno strumento più politico che militare. Ma fino a quando la deterrenza continuerà a proteggerci da un simile rischio? Molti temono che il Pakistan sia «proprio il tipo di paese dove si arriva a pensare che la bomba possa davvero essere usata». E più numerosi diventano i possessori di un arsenale nucleare, più aumenta il pericolo, specialmente se si tratta di paesi sottosviluppati, guidati da governi instabili e aggressivi. Con fatalismo tutto orientale così commenta un esperto pakistano: «E’ il mondo in cui viviamo, e ci tocca tenercelo».